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“Beh, devo dire che ormai è praticamente una leggenda qui al distretto: è uno della vecchia guardia, sa cosa sono i segreti, le difficoltà, non c’è mai bisogno di ringraziarlo, lui lo sa quello che deve fare. E poi, a dirla tutta, è uno che sa vivere, non si fa mancare niente, si tratta bene in fatto di cibo, di birre e di sigari: i  sono i suoi preferiti. Sì, se ne intende parecchio e non mi dispiace chiedergli qualche consiglio a proposito. È uno di cui ci si può fidare: lui lo sa quali sono i problemi di noi poliziotti, non tanto i morti, quanto quelli che spariscono. Perché una sparizione è un oltraggio al nostro sistema di informazioni, alle carte d’identità, ai passaporti, ai codici fiscali, a tutto… e lui è uno che capisce bene certe cose, che bisogna stare appresso alle scartoffie, essere meticolosi. Insomma sa fare il suo lavoro il nostro ispettore Ramos. Anche se non capisco se ce l’ha con tutti noi del distretto, me compreso, o è solo il suo modo di stare in mezzo agli altri. Non capisco, devo dire, se questo lavoro gli piace davvero, a volte sembra di sì, ma mi pare che se fosse per lui passerebbe il tempo a prendersela con le donne che fanno la dieta, con le strade a senso unico, con l’avvicinarsi dell’estate…” Il commissario di polizia

“No, lui è più grande. È di dieci anni più vecchio di me. La sua vita ha battuto altri sentieri, si è fatto strada da solo nella polizia: ha lavorato un po’ in banca poi è stato in Guinea a fare il servizio militare, è entrato nella omicidi come agente e si è spaccato la schiena per arrivare dove è arrivato ed essere chiamato «ispettore Ramos». Mah, lo conosco da un po’, abbiamo pure condiviso qualche caso. Forse è una cosa banale dire che un’amicizia fra due uomini è una cosa seria, ma è quello che mi ha detto Jaime Ramos una sera. Sì, siamo grandi amici, anche se non ne parliamo mai. E ci vediamo poco. No, non lavoro con lui, vivo alle Azzorre, lavoro lì. Sono viceispettore. Di tanto in tanto, gli invio la solita fornitura di sigari Cogiva, o di formaggio e ananas. E a sua volta lui mi manda una bottiglia di vino, qualche insaccato o qualche libro che qui non riesco a trovare. Ma tutto senza calendario e senza sentirci in obbligo. Al contrario della rigorosa disciplina che segue sul lavoro: lui non ama certo i rapporti, le procedure, le formalità, i computer, i telefoni, ma tutti questi obblighi gli impongono una disciplina che in fondo gli piace e a cui manca solo un soffio di ispirazione. Perché a lui non piace immaginare le cose, darsi alle fantasie, al contrario di me, che invece mi perdo nei miei pensieri… amo perdermi nei miei pensieri, ma non sono un romantico: non mi piacciono né le storie d’amore né le coincidenze. Le storie d’amore perché si ripetono troppe volte e troppe volte amareggiano e feriscono e fanno ripetere le stesse parole. Le coincidenze, perché fanno immaginare che il mondo stesso si ripeta, quale che sia il posto, quale che siano le circostanze. E ingannano…” Il viceispettore Filipe Castanheira

“Ci lavoro insieme da tanto ormai, con l’ispettore. No, non è un capo autoritario, ma gli piace dare ordini, e poi si mette lì ad aspettare che le cose si sistemino da sole. E io giù, a correre da una parte all’altra. Soprattutto in certe situazioni, quando c’è da fare una perquisizione o presentare un rapporto, sembra insofferente. Va a giorni, a volte gli dà fastidio qualcosa, la pioggia, un omicidio, il sole, l’estate, l’ora di pranzo. È fatto così. Ma io lascio correre, chiudo un occhio, perchè alla fine è un buon capo… Oddio, a volte non lo capisco, si interessa alle cose in un modo tutto suo, a tutte le cose più insignificanti. Ora per esempio, vai a capire questa storia del Porto e del campionato: io mica lo so se gli interessa davvero, se segue le partite o fa finta… diciamo pure che gli interessa solo se ha altro da fare, ecco. E quando gli parlo, sembra sempre distratto, e non racconta molto di sé, anche se si vede che gli piacciono le persone con cui lavora. E gli piace pure sapere che ci preoccupiamo di lui. È un buon capo, un po’ burbero, ma un buon capo.” L’agente Isaltino de Jesus

“No, non siamo sposati. Diciamo che conviviamo, beh, non proprio: abitiamo nello stesso palazzo, io al piano di sopra, lui al piano di sotto, ci separano tre rampe di scale. Non so se riusciremmo a vivere insieme, soprattutto perché lui russa, russa terribilmente, specialmente dopo che ha mangiato pesante e ha bevuto parecchio, cosa che non succede di rado. E quando è così, io batto in ritirata e salgo a casa mia. Ma non mi lamento, non di questo almeno: mi lamento del suo letto che cigola e del fatto che non facciamo mai una bella vacanza con tutti i crismi. Vorrei andare a Cuba quest’anno, forse sono riuscita a convincerlo, m’è parso rassegnato. No, niente di nostalgico: una cosa rapida, niente Fidel, niente Che, niente barbe lunghe. Anche se infondo lo so che lui è stato comunista, e che a volte pensa a Cuba, al mondo dall’altra parte dell’oceano. Beh, io no. Io voglio il mare blu, il sole e distese di sabbia. E stavolta mi metto a dieta, sì, lo faccio! E chissà che non convinca anche lui…” Rosa

Mi chiamo Jaime Ramos e sono un ispettore della polizia giudiziaria di Porto. Sono nato in un piccolo paese nel Trás-os-Montes, la regione più povera e più bella del Portogallo. Gli avvenimenti della mia vita che mi hanno segnato di più, però, sono successi durante la guerra coloniale, in Guinea Bissau, quando non sapevo se il giorno dopo sarei stato ancora vivo. Questa incertezza mi ha insegnato ad apprezzare di più la vita e i suoi miracoli. Continuo a farlo, anche oggi, passati trent’anni da quella rivoluzione che i portoghesi della mia generazione hanno fatto un 25 aprile di tanto tempo fa, solo che adesso sono convinto che i miracoli resistono al tempo solo quando sono intimi, passeggeri e fugaci. A pensarci bene, tutte le mie passioni si devono al fatto che non ho mai dimenticato il dovere fondamentale di essere scettici e di ridere.

ad Europolar non era sfuggita l’uscita dell’ultimo romanzo di Argemi.
Nell’attesa di leggerlo in traduzione italiana, guardate un po’ questo commento.

La trochita è una piccola locomotiva che corre su un binario a scartamento ridotto tra Ing. Jacobacci e Esquel, a cavallo degli stati di Rio Negro e Chubut, in Patagonia.
E anche la protagonista del nuovo romanzo di Raúl Argemí, Patagonia Ciuf Ciuf, che manderemo in libreria a metà Giugno (più o meno, con la puntualità dei trasporti non si sa mai).
È un bel romanzo, ironico e divertente. I protagonisti sono due squinternati che decidono di assaltare un treno – la trochita per l’appunto – per liberare un loro ex compagno di lotta. Durante l’assalto, però, qualche imprevisto porterà i nostri due improbabili rapinatori verso una conclusione inaspettata.

Per mettere fine a un dibattito sorto in casa editrice sulla “trochita”, e sulla sua esistenza, qui sotto metto un video.


Per chi è interessato vi segnalo questo interessante articolo sull’autore

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